scritto da Andrea il giorno 16 maggio, 2012 alle 11:22
dal Denaro del 12 maggio
Nelle ultime ore, è prepotentemente tornato all’ordine del giorno dell’agenda politica, uno strumento, per molti versi semplice ed efficacie, sul quale per mesi abbiamo focalizzato la nostra attenzione, ritenendolo il mezzo più efficacie per garantire il superamento di uno dei diaframmi più spessi – se non il maggiore in assoluto – che pregiudicano la ripresa e che accrescono le conseguenze negative della crisi economico-finanziaria. Nel giro di poche ore, dapprima il segretario del PD Bersani, quindi un’iniziativa congiunta delle delegazioni S&D e PPE al Parlamento Europeo, hanno rilanciato nel dibattito politico – anche se con accenti diversi – l’idea di una “golden rule”, che consentirebbe di scorporare la spesa per gli investimenti (tutta o in parte) dal computo del deficit. Da ultimo, ma solo in ordine di tempo, il Primo Ministro Monti – da sempre strenuo difensore della disciplina di bilancio – che ha proposto di escludere dal computo del fiscal compact, per i prossimi tre anni, una parte degli investimenti strategici, tra cui quelli per la broad band e l’agenda digitale.
Si tratta di segnali che vanno tutti nella medesima direzione e che rendono evidente – anche a tutti coloro che fino a oggi avevano finto di ignorarlo – quanto inefficaci e controproducenti siano tutte le misure di austerità varate per fare fronte alla crisi e che, a conti fatti, l’hanno aggravata. Viceversa, occorre prendere atto definitivamente, che la recessione, nel breve periodo, si combatte con interventi di stimolo della domanda. Quello che, fino a qualche settimana fa, era solo un postulato economico – peraltro applicato negli Stati Uniti di Obama – con l’esito delle elezioni in tutta Europa (Francia, in primo luogo) è diventato un messaggio chiaro che i cittadini hanno inteso inviare ai propri governati. Quegli stessi governati che – a un analista attento come Paul Krugman – appaiono fossilizzati sulle proprie posizioni e, piuttosto che ammettere gli errori commessi in questi mesi, più propensi a trascinare l’economia europea “giù dalla scogliera”.
Le iniziative degli ultimi giorni vanno, come detto, in una direzione differente e rappresentano un’inversione di tendenza importante, la cui traccia non va smarrita. La proposta congiunta presentata al Parlamento Europeo – un’apertura di credito delle forze moderate e conservatrici italiane verso uno strumento che, in precedenza avevano avversato – può rappresentare un punto di arrivo “strutturale”, ma solo nel medio-lungo periodo, mentre non pare soddisfare l’urgenza di una misura di impatto immediato e congiunturale. Viceversa, la proposta di una mini-golden rule lanciata da Bersani, sembra prestarsi meglio all’esigenza di incidere positivamente sull’esigenza di stimolo della domanda, attraverso l’immissione di capitali nel mercato. Essa prevede la richiesta di negoziare con l’Europa un margine di flessibilità al rigido tetto imposto dai vincoli del patto di stabilità, che consenta l’immediato rilancio della spesa per investimenti, che, in questo modo, di fatto farebbe posta al di fuori del vincolo stesso.
La proposta, che di per sé muove nella giusta direzione, va tuttavia definita e circoscritta. Definita nel senso di individuare un segmento preciso di risorse da liberare. Nel corso degli anni la pubblica amministrazione del nostro paese ha accumulato un debito nei confronti delle imprese che ammonta, secondo stime recenti, a 60-70 miliardi di euro, equivalenti a circa 4 punti percentuali del nostro Pil. Va da sé che la liberazione di queste risorse, o almeno di una parte di esse, potrebbero costituire un mezzo importante per consentire alle imprese di rimettere in moto il circuito virtuoso della spesa. Si tratterebbe di un intervento una tantum di risanamento del debito che, tuttavia, necessita di essere adeguatamente pianificato (anzitutto attraverso una ricognizione adeguata del debito) e finanziato, evitando cioè che vada a gravare ulteriormente sul debito pubblico, impedendo il rispetto dei parametri imposti dall’Europa.
L’introduzione di una mini golden rule va tuttavia circoscritta; occorre individuare gli ambiti strategici in cui impegnare le risorse rinvenienti a disposizione delle imprese per evitare di finanziare quella parte di spesa pubblica corrente che troppo spesso tende a confondersi nel capitolo investimenti. Una parte di queste risorse, ovviamente, serviranno per coprire i debiti che, nel frattempo, le imprese stesse hanno dovuto eventualmente accendere con gli istituti di credito e che, nella attuale situazione, faticano a ripagare. La parte maggiore, tuttavia dovrebbe essere finalizzata a investimenti in infrastrutture e settori strategici per il rilancio dell’economia. La duplice esigenza – di definire e di circoscrivere l’intervento – viene a coincidere in questo punto, dal momento che la richiesta di deroga al patto di stabilità andrebbe finalizzata al pagamento dei debiti che la pubblica amministrazione italiana ha nei confronti delle imprese, a patto che una parte delle risorse venga utilizzata a titolo di cofinanziamento dei progetti infrastrutturali previsti nella programmazione della politica di coesione 2007-2013. In questa maniera sarebbe scongiurato il rischio – sempre presente soprattutto nelle regioni meridionali – di disimpegno delle risorse europee (a causa della mancanza di cofinanziamento nazionale), migliorandone le performance complessive, e, allo stesso tempo, si riattiverebbe il circuito della spesa, con ricadute positive sulla domanda, sulla crescita e sulla creazione di posti di lavoro.
scritto da Andrea il giorno 11 maggio, 2012 alle 15:38
Dall’Unità
Con l’elezione di Hollande l’ipotesi di una golden rule per gli investimenti è tornata nell’agenda politica ed economica europea. Tenere fuori dai vincoli stringenti del patto di stabilità gli investimenti – per fondi europei, quote nazionali per opere pubbliche e grandi infrastrutture, incentivi alle imprese e all’occupazione – rappresenta oggi l’unica strada per liberare risorse da destinare alla crescita e spezzare il circolo vizioso della crisi.
All’indomani del voto per le amministrative, Bersani ha indicato una via concreta e immediata: mini golden rule, per sboccare da subito il pagamento di una parte dell’enorme massa di crediti che il sistema delle imprese italiane – soprattutto Pmi – vanta nei confronti dello Stato. Si tratta di risorse già disponibili, che la Pubblica Amministrazione, in particolare i Comuni, non può erogare, a causa dei vincoli imposti dal patto di stabilità. Recenti stime dicono che questo debito “nascosto” ammonta a 60-70 miliardi di euro, circa 4 punti del nostro Pil. Liberare queste risorse, o almeno una parte di esse, sarebbe un toccasana per le imprese e aiuterebbe a rimettere in moto il circuito virtuoso della spesa. Si tratta di un’operazione non semplice e che, in ogni caso, andrebbe adeguatamente pianificata (anzitutto attraverso una ricognizione dei crediti per evitare l’aumento ulteriore di spesa corrente) e finanziata, evitando cioè di farla gravare ulteriormente sul debito pubblico.
L’idea di una golden rule, nelle stesse ore, è stata rilanciata anche nel dibattito sul futuro dei meccanismi di stabilizzazione finanziaria della zona euro, sotto forma di una possibile deroga, circoscritta agli investimenti, ai tetti fissati dal fiscal compact. Si tratta di una misura estremamente complessa sotto il profilo tecnico e giuridico che andrà approfondita e vagliata con attenzione, ma che, in primo luogo non può essere esente da valutazioni prettamente politiche. Sarà, per questo, essenziale definirla e circoscriverla politicamente, individuando gli ambiti in cui impegnare le risorse, a cominciare dagli investimenti nei settori strategici per il rilancio dell’economia. Liberare le risorse non basta, se gli investimenti che ne conseguono non sono coerenti con gli interessi e i bisogni di quelle fasce di popolazione, più di altre, stanno pagando gli effetti della crisi. Se questo è l’obiettivo, quale migliore strumento dei fondi strutturali e della politica di coesione per conseguirlo? Attraverso il meccanismo della golden rule migliorerebbero le performance di utilizzo dei fondi europei (evitando i rischi di disimpegno) sia delle Regioni, sia dello Stato e, allo stesso tempo, si riattiverebbe il circuito della spesa, con ricadute positive su domanda, crescita e creazione di posti di lavoro. Insomma, occorre prendere atto che la recessione, nel breve periodo, si supera innanzitutto stimolando la domanda.
scritto da Andrea il giorno 09 maggio, 2012 alle 18:32
La proposta del presidente Monti di escludere dal fiscal compact per tre anni una quota significativa degli investimenti per crescita e innovazione è il segnale che la stagione dell’austerità fine a se stessa in Europa sta finendo. È questo l’effetto più significativo del voto francese, del monito arrivato dalle urne della Grecia e della richiesta di novità e di cambiamento che più in generale è venuta da questa ultima tornata elettorale europea.
Bisogna cambiare completamente strategia nelle politiche di contrasto alla crisi. Come ha ribadito anche lunedì scorso il segretario Bersani, l’Italia deve concordare nel prossimo vertice europeo e poter applicare subito, fin da giugno, una mini golden rule alla spesa in conto capitale, per consentire alla pubblica amministrazione di pagare fuori dal patto di stabilità una parte dei crediti vantati dalle imprese private. È l’unico modo che abbiamo per dare una boccata immediata d’ossigeno all’economia e stimolare crescita e occupazione.
scritto da Andrea il giorno 06 maggio, 2012 alle 20:57
Dopo la vittoria storica del socialista Hollande alla presidenziali francesi, per l’Europa può davvero aprirsi una nuova stagione politica. Preoccupa, e molto, il voto greco, per l’affermazione delle forze neonaziste. Purtroppo, non è una novità il successo elettorale di formazioni di estrema destra. Nel Parlamento Europeo, eletto nel 2009, siedono oltre 70 deputati appartenenti a partiti di chiara matrice xenofoba e antidemocratica. Molto allora, rispetto alla possibilità di inaugurare una nuova stagione, dipenderà da come le forze democratiche, progressiste e socialiste sapranno cogliere l’opportunità apertasi con le presidenziali francesi e sapranno allo stesso tempo analizzare, riflettere e agire di conseguenza rispetto alla situazione greca. L’Europa delle banche, del rigore fine a se stesso, dell’astratta austerità e dei grandi interessi monetari strangola-economia stasera ha subito una grande battuta d’arresto. Bisogna evitare la sua riproposizione sotto altre forme. Il Partito Democratico, la forza numericamente più consistente all’interno dell’eurogruppo dei Socialisti e Democratici, ha adesso una grande responsabilità politica: evitare nei prossimi mesi che l’Europa passi dal Merkozy al Merkmonty. I direttori a due teste si sono rivelati già un fallimento. L’Italia dev’essere protagonista della costruzione della nuova Europa, più equa, più solidale, più attenta ai bisogni reali dei cittadini, orientata ad uno sviluppo e ad una crescita sostenibile incentrata sul lavoro e non sull’alta finanza. Molto dipende da noi, dalla nostra capacità di voler essere all’altezza di questo progetto. La sfida, bella, ambiziosa e difficile del cambiamento, è appena cominciata.
scritto da Andrea il giorno 05 maggio, 2012 alle 11:43
dal Denaro
La vicenda dell’ex primo ministro ucraino Julija Tymošenko è balzata in queste ultime settimane all’attenzione dei media e dell’opinione pubblica internazionale con una forza e con un’articolazione di linguaggi per certi versi inattesi e inaspettati. “Liberate Tymošenko”, “boicottiamo gli europei di calcio” sono diventati dei veri e propri tam tam alimentati da una miriade di categorie e di attori sociali, dai cittadini comuni fino ai politici e agli esponenti di primo piano delle istituzioni internazionali come Merkel e Barroso. Non si perde occasione di dichiarare, scrivere, “twittare” per chiedere la scarcerazione dell’ex capo del governo dell’Ucraina. Le foto di Julija Tymošenko in carcere che mostra gli evidenti segni della sofferenza, circolate anch’esse tramite il web, hanno poi finito per trasformare questo tam tam in una vera e propria mobilitazione civile fino a renderlo il caso internazionale che tutti conosciamo. “Liberate Tymošenko” è una di quelle chiare dimostrazioni di quando si vuole rappresentare la potenza e la pervasività della comunicazione 2.0, dei social network, divenuti ormai la vera piazza virtuale globale del confronto e della diffusione delle notizie e delle idee. Fin qui l’aspetto che riguarda l’impatto pubblico di questo caso.
Ma siamo sicuri di conoscere tutti i risvolti della vicenda Tymošenko? L’arresto, il processo e la sentenza di condanna dell’ex primo ministro ucraino, avvenuta l’11 ottobre 2011, ha ingenerato un’onda di indignazione già nei giorni immediatamente successivi a quella data. È dello scorso novembre l’approvazione di un documento presentato e votato al Parlamento Europeo da parte di più gruppi politici – in primis i Socialisti e Democratici – con il quale si invita l’Ucraina a rispettare i “principi di libertà, democrazia e rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e dello stato di diritto”. Il caso Tymošenko è infatti solo la punta di un iceberg che riguarda il rispetto della democrazia e della giustizia in Ucraina, dove sono all’ordine del giorno accuse penali formulate a carico di un numero crescente di funzionari, fra cui ex ministri di governo, ma soprattutto (vice) capi di dipartimenti governativi e di ispettorati, capi di sottounità delle agenzie incaricate dell’applicazione della legge, giudici di tribunali distrettuali e capi di amministrazioni locali, incriminati per il loro operato.
La questione si presenta tanto più delicata, perché l’Ucraina ha avviato il lungo percorso per diventare membro dell’Unione Europea. Dallo scorso dicembre è infatti partita la ratifica degli accordi commerciali per il libero scambio. La vicenda Tymošenko certamente rappresenta una battuta d’arresto di questo percorso, un ulteriore deterioramento delle relazioni tra l’Unione europea e l’Ucraina, al punto che il Commissario europeo per l’allargamento e la politica di vicinato, Stefan Füle e l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, hanno chiesto al governo ucraino immediate “spiegazioni” circa presunti atti di tortura e di trattamento crudele, inumano o degradante, perpetrati ai danni dei detenuti. Il Rappresentante del Commissario per i diritti umani ha effettuato una visita a sorpresa nel penitenziario dove è reclusa la Tymoshenko, constatandone lo stato di salute, come pure i segni dei maltrattamenti subiti. In seguito alla sua denuncia, il Procuratore Generale ha avviato un procedimento penale per rimuovere dalla carica tutte le persone coinvolte nel brutale trattamento. Il mondo occidentale si è sollevato all’unisono per stigmatizzare e per condannare lo stato di assoluto disprezzo per i diritti umani e per il rispetto della persona. Tra gli altri stati, si è sollevata anche la voce della Russia di Putin, che ha espresso la sua “profonda preoccupazione” sulle condizioni di detenzione e sui rischi per la salute dei detenuti politici. Questa circostanza ci deve, tuttavia, mettere in guardia dall’assumere una visuale unilaterale, che ci pregiudichi la possibilità di osservare il problema nel suo complesso e di esprimere un giudizio fondato sull’analisi integrale e completa dei fatti. Il richiamo di Putin al rispetto dei diritti umani – il richiamo di chi non si è fatto alcuno scrupolo circa i mezzi da usare per mettere il bavaglio all’opposizione e alle voci più scomode del mondo dell’informazione – fa sorgere più di un dubbio circa i reali obiettivi di una campagna che, di per sé giusta e sacrosanta, rischia di annacquare il senso profondo di una vicenda complessa quale quella dell’approvvigionamento di risorse naturali e, in particolare, del gas. La difesa dei diritti umani non deve essere a fasi alterne. Chi oggi giustamente esprime repulsione e risentimento per i comportamenti delle autorità ucraine, non deve dimenticare che le stesse brutali pratiche devono essere condannate anche quando vengono commesse da governi “amici”, con i quali, il più delle volte, si è legati attraverso interessi economici.
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